L’edificio, di struttura molto semplice, a navata unica, si affaccia direttamente sull’omonima strada da cui si accede con una piccola bussola. Subito sulla destra si può ammirare una pregevole pala della Deposizione di Gesù in braccio alla Madre con i Santi Antonio e Carlo Borromeo, attribuita a Francesco Zugno, 1574-1651 (per altri studiosi forse di artista di epoca anteriore con aggiunte di figure in epoca successiva) che un tempo era posizionata sopra l’altare. Procedendo verso sinistra, sulla stessa parete osserviamo la figura di Sant’Antonio da Padova che tiene in mano un libro con scritto “Gloriosa Domina”. Era questo il titolo di un inno dedicato alla Madonna, come “Signora Gloriosa”, tanto preferito dal Santo, che lo cantò con voce flebile poco prima di spirare. Più avanti si apre una porta laterale su cui si osserva l’effige di un papa che parrebbe essere Pio XII, forse omaggio al papa regnante quando furono eseguiti i restauri. Nella parete di fronte, da destra a sinistra, si osserva sant’Agostino in cattedra e poi san Giovanni Battista. Le famiglie Bontempi, Franzoni e Vimercati commissionarono rispettivamente le effigi dei santi suddetti in ricordo di parenti scomparsi. Tali dipinti, come tutta la decorazione interna della navata, sono state realizzati dal pittore bresciano Tita Mozzoni nome d'arte di Giovanni Battista Mozzoni (Gardone Val Trompia,1894 - 1986) che, per motivi di sicurezza, dal 1943 fino alla fine della guerra fu sfollato con tutta la famiglia presso la casa Zanotti (Mosca) di Navezze. L’allora curato della Croce, Don Achille Bontempi, approfittando della presenza in paese dell’artista, in cerca anche di lavoro, scarso in quei tempi difficili, nel 1945 gli dette l’incarico di decorare la navata della chiesa.

Per procedere alla decorazione interna della chiesina della Croce si dovettero affrontare spese impreviste quali la sistemazione del tetto ed il rifacimento delle canali (ditta Regalini di Gussago), un nuovo impianto elettrico (ditta Abeni sempre di Gussago) oltre al restauro dell’apparato decorativo del presbiterio intaccato dalle infiltrazioni di acqua che aumentarono notevolmente la spesa inizialmente prevista in circa Lire 25.000.

Purtroppo le sempre più scarse disponibilità finanziarie non permisero di realizzare in affresco neanche il medaglione centrale della navata (l’esaltazione della S. Croce con S. Elena) e tutta la decorazione venne eseguita a tempera, comprese le lesene in finto marmo e le pareti in finta tappezzeria.

La decorazione del presbiterio, invece, è stata eseguita sicuramente in tempi precedenti, ma non esiste alcuna documentazione, sia dell’autore che del periodo di realizzazione.

Al centro del presbiterio si osserva la nicchia contenente la statua in gesso, con laccatura policroma, della Pietà, opera la cui origine è piuttosto incerta. Sul retro c’è una scritta che attesta l’origine da una ditta di Parigi e la data 1841. Data della morte del miniaturista gussaghese Gianbattista Gigola, che è vissuto nella contrada della Croce ed aveva frequenti contatti con Parigi. Si potrebbe ipotizzare che questo artista abbia avuto un ruolo sull’arrivo della statua. Gli anziani ricordano che, nel secolo passato, la contrada della Croce era conosciuta anche come “la Piccola Parigi”.

Nell’abside l’altare più antico è marmoreo, di buona fattura, mentre il tabernacolo è ligneo e venne restaurato nel 1998, con rivestimento interno in metallo dorato. Sulla pedana antistante si osserva una cattedra, su cui sono incise le parole “VERBUM VITAE” (Parola di Vita) e, alla destra, un ambone, con i simboli dei quattro evangelisti in bassorilievo. Tutte queste opere in legno, come l’interessante scultura, trattata in simil bronzo, che si ammira sulla porticina esterna, raffigurante il grano e la vite, chiari simboli del’Eucaristia, sono pregevoli opere dell’artista gussaghese Roberto Gigola, (forse discendente del famoso Gianbattista?), così come il nuovo altare, posto al centro e rivolto verso l’assemblea, con bassorilievi che rappresentano le sette piaghe della Madonna della Croce.

S. Alfonso De’ Liguori, nel libro “Massime eterne” (ed. Paoline Alba – 1954) le descrive così:

  1. AFFLIZIONE, profezia di Simeone.
  2. ANGUSTIE per la fuga e la dimora in Egitto predette dall’Angelo.
  3. AFFANNI per la scomparsa di Gesù nel Tempio.
  4. COSTERNAZIONE per l’incontro di Gesù con la croce.
  5. MARTIRIO del cuore di Maria per la vista di Gesù agonizzante.
  6. FERITA per la vista di Gesù che viene trafitto.
  7. SPASIMO per la sepoltura di Gesù.

Tutte queste opere più recenti, oltre ad un restauro più generale con rifacimento della zoccolatura e delle lesene alle pareti, eseguite sia dal Gigola che da Piero Veneziani, sono state inaugurate e quindi benedette dal vescovo di Brescia S.E. mons. Tremolada durante la festa di Santa Croce del 2019.

Alla parete nord dell’altare nel 1980 il decoratore gussaghese Pietro Crescini dipinse l’effige della Madonna chiamata “della Misericordia”, sotto la quale c’è l’artistico tabernacolo marmoreo in cui era custodita la teca con la reliquia della Santa Croce, ora custodita in parrocchia con tutte le altre reliquie.

Sotto il tabernacolo si leggono due scritte. Una: “IN HOC SIGNO VINCES”, tradotto in "Con questo segno vincerai", frase che, secondo la leggenda, l’imperatore Costantino vide nel cielo prima della battaglia di Ponte Milvio (313 d.C.), con una Croce e la figura di Cristo, che gli ordinò di utilizzarne il simbolo per la battaglia, ottenendo poi la vittoria. Da quel momento il cristianesimo divenne religione ufficiale dei romani. L’altra: “O CRUX AVE SPES UNICA” significa "O Croce, salve, unica speranza!” È la frase di una preghiera e un motto religioso, spesso associato alla Via Crucis e alla Passione di Cristo. Nella parete di fronte, sotto la finestra, si legge un’altra frase latina: “NOS AUTEM GLORIARI OPORTET IN CRUCE DOMINI N IESU CHRISTI”, che potremmo tradurre: “Soprattutto conviene che noi ci gloriamo nella Croce del Signore Nostro Gesù Cristo”, che è l'introito della Messa del Giovedì Santo, inizio del Triduo Pasquale.

Nella cupola sopra l’altare si osserva la raffigurazione della Croce in gloria con due angeli che sostengono un cartiglio su cui appare la scritta:” HOC SIGNUM ERIT IN COELO” cioè: “questo segno sarà in Cielo” titolo di un antico canto gregoriano in cui si dice che il segno della Croce sarà nel Cielo quando il Signore verrà per giudicare il mondo.

Nel soffitto della navata centrale, partendo dall’ingresso, si nota l’immagine dell’agnello sopra la Bibbia, che porta il cartiglio: “AGNUS DEI QUI TOLLES PECCATA MUNDI” cioè: “L’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, con ai lati i simboli degli evangelisti Matteo e Luca. Al centro spicca il dipinto che raffigura l’esaltazione della Croce, sostenuta da sant’Elena, che si dice sia stata colei che ha ritrovato la vera Croce, circondata dagli angeli. Più avanti osserviamo il simbolo cristologico del pellicano che, racconta un’antica credenza popolare, si pungeva il petto col becco per dare il suo sangue a nutrimento dei sui piccoli, così come Cristo ha offerto il suo per noi. Anche qui, ai lati, i simboli degli evangelisti Marco e Giovanni.

Partendo dal lato sud della navata, sopra la parete laterale si legge la scritta: “CRUX FIDELIS INTER OMNES ARBOR UNA NOBILIS” che continua sul lato nord con “NULLA SILVA TALEM PROFERT FRONDE, FLORE, GERMINE.” e continua nell’arco sopra il presbiterio con “DULCE LIGNUM DULCES CLAVOS DULCE PONDUS SUSTINET” che si traduce in “Croce fedele, fra tutti unico albero nobile: nessuna selva ne produce uno simile per fronde, fiori e frutti. Dolce legno, dolci chiodi che sostenete il dolce peso” che è la prima strofa del “Pange Lingua” canto tradizionale del Venerdì Santo.

La chiesa è dotata di una muta di candelieri lignei settecenteschi con relativo crocifisso e tre carteglorie coeve. Purtroppo, con furto sacrilego, a due riprese, vennero asportati i quattro candelieri piccoli.

I lampadari di legno dorato sul presbiterio sono dono del benemerito Giovanni Frassine e hanno sostituito i due bracci ottocenteschi porta lampade a olio, di ottone dorato, che per alcuni anni vennero utilizzati sul presbiterio della chiesa parrocchiale.

Il pavimento, di mattonelle a rombi bianco-neri, rifatto durante la curazia di Don Giambattista Bastiani (1934-1940) asportando il cotto rovinato preesistente, è ora ricoperto da una pedana lignea che copre l’impianto di riscaldamento.

Entrando in sacrestia si notano i mobili d’epoca di buona fattura, per la custodia di arredi, paramenti e delle suppellettili sacre.

Nella stessa sono custoditi i tre quadri ex-voto, del XVIII secolo, analoghi ad altri coevi presenti in alcune chiese bresciane. Due per ringraziare della pioggia dopo lunga siccità; rappresentano gli angeli che versano acqua sui fedeli radunati davanti alla chiesina con il sacerdote, di cui uno con dipinto un cartiglio che recita:

” A che stupir, se pioggia e ’l Piano, e ‘l Monte
da sì gran Pegno in arsi tempi ottiene;
Se quivi aprio con varie ed ampie vene
Il Salvator d’Acque salubri il fonte (Lì a. d. luglio 1765)
e l’altro con l’iscrizione:” Lì 18 Agosto 1841 Per Grazia ricevuta li Devoti dell’Oratorio di santa Croce”.

Sul terzo ex voto, raffigurante l’altare della chiesa della Croce con gloria di candelabri, in un cartiglio invita il Popol fedele a pregare la Santa Croce per ottenere il perdono dai propri errori:
“Se a sì ricco di Grazie Augusto Trono
Popol fedele invan unqua non corri
Con miglior senno omai deh a Lui ricorri,
E al tuo fallir pietà cerca, e Perdono. A dì 18 luglio1768

L’elegante campanile è dotato di due campane, suonate ancora a corda, una delle quali si voleva requisire, come le altre tre della chiesa parrocchiale, durante l’ultimo periodo bellico. La decisa opposizione, sfruttando anche cavilli burocratici, dell’allora parroco Don Luigi Peli scongiurò tale evento.

Sul campanile è situato l’orologio, che suona la mezz’ora, è ora dotato di un meccanismo elettronico, mentre in passato funzionava a pesi e veniva gestito, su incarico del Comune, dal sagrestano (famiglia Boroni) a fronte di un modesto compenso.

Mario Raggi

(alcune informazioni sono tratte dalle ricerche di Luigi Torchio e di Giovanna Ferlucci, pubblicate sul libretto del 2008)